Imola: la Sacmi fa 90

sacmi-open-dayIn occasione del novantesimo anno di vita l’arzilla vecchietta ha festeggiato con la cittadinanza tutta.
Sabato 28 novembre 2009, i cancelli del complesso che troneggia a lato della Statale Selice sono rimasti aperti per consentire la visita guidata all’interno dei siti operativi.
Alla faccia delle umili e proletarie origini dei vocaboli da cui la sigla SACMI prende vita, il gruppo ha conquistato il mondo, ricoprendo d’oro e d’alloro chi ha contribuito negl’anni alle sue vicende.
Niente male per un pugno di meccanici imolesi decisi ad abbracciare la filosofia cooperativa quando ancora questo termine era tutt’altro che di moda e la classe operaia ed il ceto medio-basso non godevano affatto di privilegi nè di tutela alcuna.
Il crescendo è stato inarrestabile e a rari ed occasionali momenti critici hanno fatto da contraltare lunghi periodi di sviluppo e crescita che hanno portato il gruppo ai giorni nostri in un alternarsi di conquiste industriali ma anche di importanti contributi alla vita sociale della città di Imola.

L’occasione era pericolosa, il rischio di cadere nel prosaico, celebrando il Dio dell’operosità in un momento tanto critico per i sistemi che regolano il lavoro nel mondo era alto. Ora che anche Imola, culla del benessere e del lavoro “sempre e comunque”, vede traballare alcune certezze, poteva risultare antipatico esporre i gioielli di famiglia. Invece ha prevalso lo spirito giusto e qualcuno di inaspettato ci ha dato la conferma che ci troviamo difronte ad una realtà “diversa”.

All’ingresso un’accoglienza sobria ed elegante, in stile SACMI, pochi passi e ci si trova a trattenere il fiato per il colpo d’occhio del museo, attraversando il quale si ha come la sensazione di profanare un luogo sacro, di entrare da curioso nella fatica di chi ha dedicato una vita al proprio lavoro ed alla propria città. Alcuni nuovi anonimi meccanici stazionano gentili ma austeri al punto d’inizio della visita guidata, dove si formano i gruppi affidandoli ai ciceroni d’occasione. La gita parte e si snoda per un’ora abbondante all’interno delle strutture operative. Sì, bello, interessante, funzionale, organizzato scrupolosamente e con perizia “meccanica”, ma l’anima la portano i vecchi anonimi meccanici.
Un paio, nel mio gruppo, non più giovani da poter dar confidenza ai ragazzi in tuta che presidiano le macchine e non abbastanza vecchi da considerarli estranei all’attuale sistema produttivo, piuttosto indaffarati, perennemente a ridosso della catenella gialla che delimita lo spazio del bordo macchina. Intenti a spiegare con le mani e con la bocca il funzionamento di quel nastro o il perchè di quel pezzo ai propri compagni di gita, ingolfati di parole che non riescono a tenere il ritmo degl’occhi, desiderosi di guardare tutto per potersi portare a casa il più possibile.
Occhi che raccontano la storia di due imolesi fortunati, per aver sfamato le proprie famiglie con i soldi “veri”di un’azienda ambita, ma che a tale fortuna hanno corrisposto con la vita, con la dedizione massima, con lo spirito di chi sa che lavora per sè stesso. Gli occhi di chi ti sta raccontando che quello che vedi l’ha fatto lui, insieme a tanti altri.

Che sia questo il segreto?

continua (restate connessi)…

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