Whiting, Lasi…e il palazzo?

 

Foto: Legadue/M. Isola

Foto: Legadue/M. Isola

Per la pallacanestro imolese, quella biancorossa, in queste ultime settimane ci sono state due notizie importanti.

Primo, la certezza matematica della salvezza. Secondo, la riconferma di due «fondamentali» come Maurizio Lasi e Trent Whiting.

La conferma della volontà societaria di fare sul serio e di volersi legare sia al tecnico che all’uomo simbolo di quest’Aget non può che riportare a una vecchia questione: il palazzetto o, meglio, la sua assenza.

E’ noto a tutti. Imola da tanti, troppi anni, gioca il campionato in un campo che non è suo, in una città che non è sua. E, assieme ai giocatori, sono i tifosi a spostarsi, prima a Cesena, ora a Faenza. Un po’ come accade nel passaggio dalle superiori all’università: prima c’è un nucleo compatto fatto di banchi, cattedra, lavagna e alunni, poi ci sono solo aule da raggiungere alla fine della lezione precedente.

Mi si obietterà, forse a ragione, che la questione è vecchia, già affrontata e senza soluzione. E’ vero. Ma per chi, come me, ha messo piede al pala Ruggi già nella pancia della mamma, è difficile far finta di niente e accettare quello che ormai è preso più come un dato di fatto che come una questione da affrontare.

Specie di questi tempi. Già, sarà pure retorica, ma la crisi c’è, e dover aggiungere al biglietto (dai 15 euro in su) pure i soldi della benzina non fa certo piacere.

Ma c’è una cosa che più di ogni altra dovrebbe far riflettere sulla necessità di riportare in qualche modo il basket nella sua città (anche nel logo troneggia il Grifo e non qualche rione del Palio del Niballo): la Rete.

Sebbene sia scettica su molte delle opportunità offerte da Internet, è pur vero che c’è un sito che consente di vedere buona parte delle partite da casa propria. Non è privo di difetti. La qualità delle immagini non è delle migliori e talvolta manca l’audio (inutile dire delle difficoltà nel vedere la partita sul pc utilizzando la radiocronaca sfalsata di 5-6 secondi dalle immagini), ma si risparmia. Lasciando da parte quelle persone a cui a vario titolo viene regalato l’abbonamento – le stesse che non avrebbero particolari problemi a pagarlo di tasca propria – può darsi che più d’una persona ci faccia un pensierino.

Sicuramente non sarà la stessa cosa che vedere la pallacanestro dal vivo, ma, concedetemelo, neanche il pala Cattani è la stessa cosa del Ruggi o del pala tenda dietro alla tribuna centrale dell’autodromo. La finale con Livorno, a pochi metri dal parquet (e a pochi chilometri da casa), io me le ricordo ancora…

Giulia Giuffrida

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